Cosa succede davvero (e cosa conviene fare)
Per molte aziende che hanno investito nel 2025 confidando nel credito d’imposta Transizione 5.0, il 2026 si apre con un’attesa forzata: la lista d’attesa generata dall’esaurimento delle risorse lascia le imprese in sospeso almeno fino a fine febbraio, quando sarà chiaro il perimetro dei progetti completati e agevolabili. Nel frattempo, prende corpo l’ipotesi di una retrocessione verso i crediti d’imposta 4.0, decisamente meno generosi rispetto alle aliquote 5.0.
Perché si parla di “retrocessione” verso il 4.0
La Legge di Bilancio ha rifinanziato Transizione 4.0 (circa 1,3 miliardi) senza destinare nuove risorse al 5.0; in assenza di coperture aggiuntive, molte domande 5.0 resterebbero scoperte e verrebbero dirottate sui crediti 4.0 (con aliquote fino al 20%, contro il 45% massimo riconoscibile in 5.0), configurando per le aziende una perdita di vantaggio rispetto ai piani iniziali. È uno scenario già previsto nel decreto: se il beneficio 5.0 non viene riconosciuto per limiti di spesa, resta salva la facoltà di accesso al 4.0.
Il calendario che conta: perché fine febbraio è decisiva
Il 5.0 prevede la comunicazione ex post di completamento dei progetti entro il 28 febbraio 2026: solo a quel punto si avrà il dato “pulito” dei progetti effettivamente completati e aventi diritto. Intanto alcune imprese hanno segnalato problemi di notifica di completamento sul portale GSE nelle settimane precedenti, alimentando incertezza sulla corsa alle scadenze.
L’alternativa allo studio: traghettare gli “esodati” sul nuovo iperammortamento
Sul tavolo dei Ministeri c’è un’ipotesi tecnica: permettere a chi è rimasto fuori dal 5.0 di migrare sul nuovo iperammortamento 2026–2028. Ma non è un passaggio automatico: i progetti 5.0 avevano una natura energetica (riduzione dei consumi) che non si sovrappone perfettamente alla logica dell’iperammortamento; inoltre quest’ultimo favorisce le imprese con utili, lasciando fuori chi non ha capienza fiscale. Serve quindi un impianto attuativo chiaro per evitare “zone d’ombra”.
Nuovo iperammortamento: il nodo “Made in EU/SEE”
Mentre si attende il decreto attuativo per rendere operativa la misura, il nuovo impianto introduce il vincolo di origine: beni agevolabili prodotti nell’Unione Europea o nello Spazio Economico Europeo. La clausola, giudicata da più parti restrittiva, può alzare i prezzi e ridurre la scelta per gli acquirenti, tagliando fuori produttori extra-UE (ad esempio statunitensi). È allo studio un chiarimento per ammettere beni assemblati in UE/SEE anche con componenti extra-UE, così da allargare la platea reale senza snaturare l’obiettivo.
Due mesi di scelte: come impostare ora la strategia aziendale
- Verificare lo stato del 5.0: se il progetto è realmente completato, preparare per tempo la comunicazione ex post e la documentazione tecnico-contabile; se non lo è, valutare la sostenibilità di uno slittamento su strumenti alternativi.
- Piano B su 4.0: considerare il credito Transizione 4.0 come “paracadute” per non perdere il treno degli incentivi; è meno generoso ma più certo nel breve.
- Opzione iperammortamento: mappare i beni 4.0 candidabili dal 2026, verificare l’origine UE/SEE con i fornitori e farsi trovare pronti quando uscirà il decreto attuativo.
Il commento: evitare un “pasticcio all’italiana”
L’attuale stallo nasce da vincoli di finanza pubblica e dalla scelta di rifinanziare il 4.0 lasciando scoperta la 5.0. Per non disperdere investimenti già pianificati, occorrono regole rapide e coerenti: chiarire il meccanismo di migrazione, dettare linee guida sull’origine dei beni e semplificare la chiusura dei progetti 2025. In gioco non c’è solo un’aliquota: c’è la credibilità del sistema e la continuità degli investimenti industriali.
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